Termini Imerese: troppi i soldi pubblici, troppo pochi i soldi privati

La mano pubblica c’è – come c’è sempre stata a Termini Imerese con tutti i suoi difetti – ma la mano privata ha marcato visita. La Fiat ha abbandonato la Sicilia, ufficialmente il 31 dicembre 2011, ma aveva lo aveva dato a intendere già dal 2009, da quando sbarcò a Detroit per acquisire Chrysler. Ha lasciato senza fabbrica 2.200 lavoratori e senza commesse le aziende dell’indotto.

E da quasi tre anni lo Stato, col ministero dello Sviluppo Economico in prima fila – prima Claudio Scajola, poi Paolo Romani, ora Corrado Passera – e la Regione Sicilia promettono agevolazioni e centinaia di milioni pubblici a chiunque abbia un progetto per tenere in vita il polo industriale di Termini Imerese, visto che di riconversione al turismo, come è successo ad altre cattedrali (industriali) nel deserto al Meridione, non se ne parla.

Si è parlato di farne degli studios per televisione e cinema, un polo per le biotecnologie, un gigantesco centrocommerciale, un impianto a biomasse. Tutte idee ancora in piedi visto che a settembre 2011 Invitalia, l’advisor delegato dal governo a selezionare le imprese candidate al rilancio di Termini Imerese, ha annunciato trionfalmente:

Cinque aziende per rilanciare il sito industriale di Termini Imerese […] sono: Dr Motors (automotive), Lima Group (elettromedicali e protesi sanitarie) e Biogen (energetico e biomasse). Queste tre imprese investiranno complessivamente 341 milioni di euro, ottenendo agevolazioni pubbliche pari a 67 milioni di euro (oltre agli incentivi regionali sull’occupazione e la formazione) e impiegheranno a regime circa 1.500 addetti. Le altre due aziende che si insedieranno sono Medstudios (produzione tv) e Newcoop (grande distribuzione), che investiranno circa 20 milioni di euro per un’occupazione complessiva di ulteriori circa 150 addetti.

In poco più di sei mesi – ha commentato l’AD di Invitalia, Domenico Arcuri – abbiamo dimostrato che in Italia e nel Sud si può investire e si può farlo, con efficacia e in tempi normali, grazie anche al contributo del governo e di un’azienda pubblica. Puntiamo a chiudere il passaggio dell’area industriale di Termini Imerese a Dr Motors e alle altre quattro società entro i primi giorni di dicembre di quest’anno, con la formalizzazione dei contratti di sviluppo.

La più importante di queste cinque era la Dr Motor di Massimo Di Risio, sede centrale a Macchia d’Isernia, Molise. Molisano è anche il suo proprietario, Di Risio appunto. Nato a Isernia 62 anni fa, ex pilota e figlio di un concessionario di auto, ha fondato nel 2006 la Dr Motor, che importa e assembla componenti cinesi per fare auto low cost in Italia. A settembre per rianimare il settore auto a Termini aveva battuto la concorrenza del gruppo De Tomaso (ora ceduto ai cinesi, dopo aver rischiato il fallimento).

Entusiasta, Di Risio aveva annunciato: Faremo di Termini Imerese il fiore all’occhiello del Paese. Nessuno, eccetto l’Idv guidata dal conterraneo di Di Risio Antonio Di Pietro, aveva fatto notare che a Macchia D’Isernia, stabilimento madre, c’erano operai che aspettavano lo stipendio da sei mesi e che 80 erano finiti in cassa integrazione. A un gruppo in questi giorni in difficoltà per un debito di 15 milioni di euro, è stato affidato un progetto industriale che implicava investimenti per centinaia di milioni.

Si doveva partire il 1° gennaio, ma Di Risio ha rinviato di ultimatum in ultimatum anche solo la presentazione di un piano industriale, dicendo ogni volta che sarebbe stato imminente, così come imminente sarebbe stata la comunicazione alla stampa di un partner che avrebbe affiancato la Dr Motor nello sforzo finanziario, quando si è capito – subito, in verità – che le spalle dell’azienda molisana non erano sufficientemente larghe per sostenere l’investimento. Il nome del socio è rimasto top secret e scarseggiano le informazioni in generale. Andando sul sito ufficiale della Dr Motor e cliccando sulla sezione news, l’ultima notizia risale ai primi di settembre 2011. L’ultimo rinvio dello showdown di Di Risio è datato 4 giugno, prossima scadenza il 19 giugno. Ma il sospetto che voglia usare i fondi pubblici per ripianare i propri debiti con le banche è più che legittimo.

Intanto il governo, comprensibilmente, cerca altre strade. Ma quali? Si era parlato di un interesse di Bmw e Hyundai, ma è stato smentito dalle stesse case automobilistiche. Del resto, le condizioni che hanno portato Fiat a lasciare la Sicilia non sono cambiate: principalmente la carenza di infrastrutture (interporto, autostrada, ferrovia) e l’incompletezza dell’indotto in loco, il che costringe a farsi arrivare le componenti dal continente. Col risultato che un auto prodotta in Sicilia costa 1.000 euro di più di una prodotta nell’Italia peninsulare. Ci sono solo i fondi pubblici, nazionali ed europei, da sbloccare e da utilizzare. Ma non vengono né sbloccati né utilizzati perché la Sicilia di Raffaele Lombardo (e di Totò Cuffaro e via retrocedendo) non è proprio quel che si dice un esempio luminoso di buon governo.

Stato e Regione continuano ad affannarsi per trovare una soluzione: la più probabile è che i 2.200 lavoratori di Termini Imerese diventino degli assistiti a vita. Un po’ come è successo nel caso dei dipendenti di Alitalia, finiti nelle mani dei capitani coraggiosi che Berlusconi cavalcò durante la campagna elettorale del 2008: l’azienda non è stata rilanciata, sarà comunque venduta agli stranieri di Air France, ma le sue perdite sono largamente coperte dal bilancio dello Stato. Mentre i pochi profitti finiscono ai capitani coraggiosi. Privatizzare i profitti, pubblicizzare le perdite: fra capitalismo straccione e statalismo arruffone, a Termini Imerese va in onda l’ennesimo corto circuito all’italiana fra pubblico e privato. Vittime designate l’industria, il lavoro, il territorio.

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