Il ritorno del Marchionne fan club

A Sergio Marchionne basta poco, giusto un miliardo da investire sulla fabbrica torinese di Mirafiori (per non perdere il diritto alla cassa integrazione straordinaria) e subito si risveglia il suo fan club, quasi tutto di sinistra.

Il primo socio è Piero Fassino, un tempo segretario dei Ds e oggi sindaco di Torino del Pd, che sulla Stampa esulta: una scelta coraggiosa che “fuga i tanti sospetti che la Fiat volesse lasciare Torino”. La Fiom? “Ho sempre sostenuto che è sbagliato avere un atteggiamento di pregiudizio e di sospetto preconcetto verso la Fiat”. Per Fassino la sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato illegale la guerra della Fiat alla Fiom in questi anni è un dettaglio. Così come il fatto che tre anni fa – non trenta – Marchionne avesse promesso agli investitori un piano di investimenti da 20 miliardi. Piano che poi si è rimangiato, essendosi accorto della crisi. Ma gli iscritti al Marchionne fan club hanno una fede che non si scalfisce per così poco.

Quando il manager arrivò a Torino dalla Svizzera, nel 2004, entusiasmò tutti: Sergio Chiamparino, che ora vuole fare il governatore del Piemonte, andava a giocare a casa sua a scopone (da sindaco di Torino). Walter Veltroni lo considerava un coraggioso, uno che poneva “con chiarezza, durezza e per tempo” il problema dei contratti di lavoro. Matteo Renzi si è indignato davvero soltanto quando l’amministratore delegato della Fiat ha criticato Firenze “piccola e povera”. Anche oggi, nonostante le magie della cura Marchionne si vedano solo nei conti Chrysler e non nell’occupazione in Italia, il Sergio fan club continua a tesserare. Per esempio Luca Zaia, governatore leghista del Veneto.

Marchionne dice che in Italia è impossibile investire? E il presidente di una delle due Regioni con più imprenditori del Paese risponde “Ha ragione, l’Italia è diventata incompatibile con la libera impresa”. Il Lingotto abbandona gli operai di Termini Imerese, chiudendo la fabbrica e assicurandosi che non arrivino concorrenti stranieri? E il governatore della Sicilia Rosario Crocetta si sbraccia per richiamarlo alle sue condizioni: “Vuoi fare il Modello Marchionne? Bene, in Sicilia lo puoi fare”.

Il Pdl non si occupa molto di Fiat, ha una simpatia epidermica per lo stile da padrone delle ferriere, ma non prova quel piacere trasgressivo che ostentano i dirigenti del Pd nel trattare col manager col maglioncino. Perfino uno dei giornalisti meno amati al Lingotto, l’ex firma del Corriere Massimo Mucchetti, appena è diventato parlamentare ha subito l’influenza del partito. E quando la presidente della Camera Laura Boldrini si è rifiutata di andare alla celebrazione-spot per gli investimenti alla Sevel, Mucchetti ha commentato “un’occasione mancata”.

Pure Giorgio Squinzi, presidente di quella Confindustria da cui Marchionne se ne è andato tra insulti e polemiche, non perde occasione per mandare messaggi di pace. E, alla fine, nel Sergio fan club c’è finito pure lui.

 

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