Il Centro di Solidarietà e Cultura “Il Segno”: Una giornata speciale per i figli e le mogli di tanti detenuti di un carcere siciliano, giocolieri, regali e un pranzo insieme

Mattia ha 12 anni ed è arrivato con la mamma e quattro fra fratelli e sorelle. Hanno fatto due ore di viaggio per trascorrere l’intera giornata con il papà in carcere. Il programma prevede uno spettacolo di giocoleria, la consegna del regalo di Natale e poi il pranzo insieme, da condividere con le altre famiglie convocate, una sessantina di persone fra grandi e piccini.

Io mi attardo a scaricare dall’auto le ultime cose prima di entrare e lo trovo già annidato insieme ai suoi fratelli fra mamma e papà, in un grande cortile all’aperto le cui mura di cinta sembrano essere le cornici più adatte per far risaltare il più bel cielo assolato che si sia mai visto, come lo sa essere un cielo di dicembre in Sicilia.

Nelle altre file di sedie, disposte davanti al palco, distinguo gli altri nuclei familiari e un posto vuoto. Il papà deve ancora arrivare. Man mano che li saluto mi accorgo degli assenti, di cui faccio fatica a ricordare i nomi, ma i cui volti pieni di gioia, proprio in quel cortile in una giornata di giugno, sono ben impressi nella mia mente insieme alle loro storie. I bambini sono attratti dalle figure che si srotolano sul murales che copre quasi per intero le mura. Sul bianco del fondo si stagliano Geppetto e il suo Pinocchio. Ed eccoli arrivare uno ad uno, con la giusta distanza di tempo che bisogna dare fra un ingresso e l’altro quando si tratta dell’ingresso di papà così tanto a lungo attesi. Niente applausi scroscianti, ma lunghi abbracci, che gli agenti di Polizia Penitenziaria sembrano voler custodire con il loro sguardo più che interrompere per “invitare” a prendere posto.

Adesso posso lasciarli a godersi lo spettacolo e raggiungere gli altri amici. Ventotto banchi e una quarantina di sedie sono già stati trasportati dalle aule scolastiche nel corridoio cellulare. Lunghezza 14,8 metri, larghezza per 3,70. In un paio d’ore occorre trasformarlo in una sala da pranzo. Sono le 12.30 ed è già arrivato don Carmelo che porta l’augurio e l’abbraccio dell’arcivescovo Corrado Lorefice. Siamo pronti.

È indescrivibile il pudore e la gioia con cui questi uomini entrano. Gli sguardi delle mogli mi feriscono profondamente ed io nel dare avvio al pranzo non posso che ringraziarle perché ci stanno insegnando che nel fascio di sentimenti che ogni mattina, mentre accompagnano i figli a scuola o vanno a lavoro e ogni sera, quando chiudono la porta di casa, ingaggiano la più dura delle lotte nel loro cuore, hanno fatto spazio a ciò che di più vero c’è in ciascun uomo: la speranza e l’attesa di un nuovo inizio. Capisco che proprio quella ineffabile attesa è il segno più grande dello struggimento di Dio per il mio cuore, che vuole essere amato. Le ore scorrono liete e a poco a poco c’è modo di parlarsi non censurando il dolore per condanne ritenute ingiuste, per processi che sembrano non chiudersi più, della fatica di riprendere a vivere perché anche la vita sembra sospesa quando sei in attesa di giudizio.

Gli agenti osservano stupiti e si meravigliano del cambiamento evidente nella fisionomia e negli atteggiamenti di quegli uomini «che loro conoscono bene», me lo hanno ripetuto per giorni e giorni, combattuti fra un già saputo e la baldanza della nostra proposta alla direzione del carcere. Mattia fa un augurio: «Voglio augurare a tutti buon Natale e ai papà una buona libertà».

Il dolce, i canti e arriva il momento dei saluti. L’ispettore mi fa un cenno e io capisco che devo dire che è ora di tornare in cella. Mi sorprende che non se lo lascino ripetere più di una volta. Vederli andar via ci rende difficile salutare le mogli e i loro bambini. Qualcuno con riserbo si asciuga le lacrime. Quando si avvicinano per salutarci e ringraziarci una di loro dice: «Oggi mi avete permesso di stare a tavola con mio marito e i miei figli, cosa non avrei mai immaginato potesse essere così bello fino a quattro mesi fa, quando succedeva tutti i giorni».

In silenzio sparecchiamo ed ecco di nuovo riapparire il vecchio corridoio del reparto cellulare. Non mi fa più paura. Uscendo uno degli agenti mi guarda e dice: «Trent’anni e non si è mai vista una cosa così». Gli ho chiesto: «Ma cosa non si è mai visto?». E lui: «Persone che guardano noi e i detenuti allo stesso modo e, per la prima volta, non mi sento offeso da questa cosa».

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