GdS: «Non perseguitò sua figlia», assolto il boss di Termini

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di Giuseppe Spallino
nella foto l’avvocato difensore Giuseppe Minà

Era tutto falso. Una trappola ai danni di uno dei più spietati estorsori della famiglia mafiosa di Termini Imerese. Dopo dieci anni di carcere, Cosimo Serio era finito nuovamente in manette per atti persecutori e tentata estorsione nei confronti della figlia e della compagna di questa. Tutto per una «questione d’onore». L’ex boss non avrebbe accettato la relazione della figlia con una donna. Accuse che sono cadute grazie alla complessa e articolata indagine difensiva dell’avvocato Giuseppe Minà. Quindi il gup del Tribunale di Termini, Claudio Emanuele Bencivinni, a conclusione del processo svolto con il rito abbreviato, lo ha assolto «perché il fatto non sussiste».
Spulciando le carte che riguardano l’ascesa criminale di Serio, sembra che sia stata improntata secondo il codice d’onore di Cosa nostra, dal battesimo mediante la punciuta ai delitti commessi con l’assenso dei vari capi famiglia e mandamento. Nelle conversazioni tra boss durante i summit della cosca termitana e intercettate dai carabinieri nelle tre operazioni «Camaleonte», non è mai chiamato per nome, bensì con il nomignolo «Cianciana». I suoi sodali parlano di Cosimo Serio come di un uomo d’onore fidato, capace di portare avanti il progetto estorsivo di Fabrizio Iannolino, inviato dai fratelli Graviano di Brancaccio per «riorganizzare l’attività estorsiva di Cosa nostra sul territorio di Termini Imerese e Trabia». Più volte arrestato e condannato per associazione mafiosa ed estorsione, il 10 aprile dell’anno scorso Serio era uscito di prigione per avere scontato tutte le pene.

Quindi si era trovato di fronte ad una situazione familiare non proprio consona alle regole «morali» di Cosa nostra. La figlia aveva acquistato, grazie alle donazioni effettuate in suo favore dalla madre, una casa per viverci insieme alla propria compagna. Un cambiamento di vita che non sarebbe stato gradito da Serio, il quale avrebbe iniziato a minacciare e molestare le due ragazze, anche al fine di cedergli l’abitazione. Una versione dei fatti che era stata ritenuta attendibile dal gip Stefania Gallì che l’estate scorsa aveva disposto l’arresto.

«Ho perso la mia serenità, ho paura che mi possa fare del male – aveva dichiarato la ragazza –. Dal mese di aprile vivo nel terrore. Ho limitato anche le uscite perché temo che mio padre possa aggredirmi».
Una ricostruzione che era caduta dopo il vaglio del Tribunale del riesame di Palermo presieduto da Lorenzo Matassa (a latere Mauro Terranova e Roberto Riggio), che aveva integralmente annullato l’ordinanza del gip del Tribunale di Termini e disposto l’immediata scarcerazione, in quanto già allora erano carenti i gravi indizi di colpevolezza. Preludio della successiva assoluzione.
Determinante, come detto, è risultata l’attività difensiva dell’avvocato Giuseppe Minà, secondo cui non c’erano sin dall’inizio riscontri agli episodi denunciati dalle due ragazze. Il legale di Serio, infatti, aveva dimostrato, grazie allo scambio epistolare intercorso tra il padre e la figlia, come non ci sarebbe stata nessuna persecuzione. L’ex boss si sarebbe adeguato ai tempi moderni, accettando l’omosessualità della figlia.

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