LIVESICILIA pubblica i 22 indagati dell’operazione “voto connection”

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Ventidue indagati. Dai politici ai cittadini che gli diedero il voto in cambio di una promessa di aiuto. L’indagine che coinvolge i fratelli Mario e Salvino Caputo si concentra sulla campagna elettorale “inquinata” delle amministrative di Termini Imerese prima ancora delle Regionali.

Nel giugno scorso la coalizione di centrodestra ha portato alla vittoria il sindaco Francesco Giunta. Non è indagato, anche se nell’inchiesta si fa riferimento all’appoggio ottenuto da Caputo.

Sono invece indagati i consiglieri comunali e assessore alla Cultura Maria Bellavia (Noi con Salvini) e Michele Galioto (#diventeràbellissima, il partito del presidente della Regione nello Musumeci), che ricopre anche l’incarico di presidente della commissione Bilanciò.

Stralciata la posizione dei due deputati della Lega Angelo Attaguile e Alessandro Pagano – entrambi definiti “istigatori” dei reati contestati a Mario e Salvino Caputo – per i quali è stato necessario chiedere l’autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni che li riguardano.

Completano l’elenco degli indagati Benito Vercio (anche lui ai domiciliari come i fratelli Caputo), Stefano Vinci, Agostino Rio, Mario Faso, Teresa Macaluso, Davide Saija, Salvatore Pecoraro, Dario Guercio, Angelo Sgroi, Giulio Fortino, Francesca Egiziano, Renato Vuolo, Rossella D’Agostino, Giacomo Imburgia, Agostino Lo Presti, Nicola Bordino.

Vinci (nel suo caso, pur essendo al corrente dell’inganno che stava dietro alla candidatura di Mario Caputo, “detto Salvino” non è emerso il suo reale contributo) e Vercio erano gli uomini uomini fidati di Caputo nella campagna elettorale in provincia di Palermo che ha toccato i comuni di Chiusa Sclafani, Bolognetta, Castellana Sicula, Valledolmo, Termini Imerese, Cefalù, Campofelice di Roccella, Castelbuono, Trabia, Pollina, Montemaggiore Belsito, Bisacquino, Santa Cristina Gela, Santa Flavia, Aliminusa.

Tutti gli altri indagati sono cittadini ed elettori le cui voci sono rimaste impresse nei nastri magnetici delle intercettazioni. Si sarebbero piegati al patto illecito. Promesse di voto in cambio di favori. E qui l’elenco si fa lungo: posti di lavori in un supermercato, o come commessa, o nella ditta che faceva le pulizie all’ospedale di Termini Imerese o come educatrice, l’iscrizione al corso di laurea rumeno in medicina a Enna e quella a un corso per operatori socio sanitari, un aiuto per ottenere le licenze per una nuova attività commerciale, il trasferimento della sede di lavoro (gli interessati lavoravano all’Asp e in una banca), la raccomandazione per accedere al corso di laurea in scienze infermieristiche, l’assunzione in una ditta di vigilanza privata, un posto di lavoro con uno stipendio superiore a trecento euro.

Ed è per evitare che gli elettori indagati possano essere condizionati nel corso dell’inchiesta che il giudice per le indagini Stefania Gallì ha deciso di mandare i fratelli Caputo agli arresti domiciliari. Anche perché, scrive il gip, da due avvocati è lecito attendersi il rispetto delle regole e non quella che viene definita una “truffa elettorale”.

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